DJ Spookyʼs new project The Secret Song – isnʼt really an album: itʼs a manifesto about the place of history in our modern collaged, scrambled, sampla-delic to the core, mega info overloaded digital culture. With references stretching from Thorstein Veblenʼs Theory of the Leisure Class and John Maynard Keynes classic in the field of economics The General Theory of Employment, Interest, and Money over to hip hopʼs relationship to psychoanalysis and a la Edward Bernayʼs concept of the “manufacture of consent” – DJ Spookyʼs new album is a groundbreaking meditation on hip hop and electronic musics relationship to philosophy, economics, and the science of sound in a world where the steady drumbeat of the financial meltdown has made music the last refuge of young people with less and less time and money.
L’avvento del gruppo newyorkese ha cambiato per sempre il mondo dell’hip-hop. Il loro capolavoro, “Enter Wu-Tang”, è la pietra miliare dell’hardcore rap e l’”hip opera” più significativa degli anni 90. Il suo successore, “Wu-Tang Forever”, li ha trasformati in un fenomeno sinergico, multimediale e commerciale di proporzioni inedite e, nel suo genere, inusitate. E la saga continua… Come un “Rashomon” tramandato dai pistoleri di “Pulp Fiction” (o dai “samurai” di “Kill Bill”). Bianco o nero, come le due facce del Tao. Come la musica tonale e l’hip-hop. Come i precetti dell’autocoscienza (lo Shao-lin del lontano Oriente e la Five Percent Nation di fede musulmana) e le logiche perverse del “ghetto” di Staten Island (sei degli otto membri ufficiali del Clan sono dei pregiudicati, esistono fascicoli dell’Fbi su un loro presunto coinvolgimento in un traffico d’armi e circolano parecchie voci su meno presunte amicizie “pericolose” con alcuni affiliati della famiglia Gambino). I princìpi della Zulu Nation e i consuntivi del business corporativo (“Cash Rules Everything Around Me”).
Quando si parla del Clan, ogni storia ha almeno due risvolti. Ogni profilo il suo doppio. Ogni impressione ibridata dal suo contrario. La sola cosa di cui possiamo essere certi è che l’avvento del gruppo newyorkese ha cambiato per sempre il mondo dell’hip-hop, aumentando a dismisura il controllo e l’indipendenza creativa degli artisti sulla propria carriera ed elevando il concetto di crew a vera e propria comunione collettiva del fatto estetico, musicale e, non ultimo, affaristico e multimediale.
Mescolando spietati stralci di vita vissuta a riferimenti letterari (l’hardboiled school e il “colore noir” di Mosley e Pelecanos, i fumetti di Miller e O’Barr o quelli della Marvel), cinematografici (Spike Lee, Jim Jarmusch, il Leone/Kurosawa di “Yojimbo”/”Fistul Of Dollars”, i celeberrimi film di kung-fu alla Bruce Lee, quelli di cappa e spada degli Shaw Brothers e i classici minori della blackexploitation) e musicali (il sampling strumentale esteso in dissolvenze incrociate, il taglio episodico e concettuale delle canzoni legate fra loro nello sviluppo di un vero e proprio scenario audiovisivo, come avviene per le colonne sonore), il loro capolavoro, Enter Wu-Tang (36 Chambers), col tempo, s’è innalzato fino al soglio di “hip opera” per eccellenza degli anni Novanta.
Il suo successore, Wu-Tang Forever, più che enfatizzare e “volgarizzare” l’eredità stilistica dell’esordio, ha segnato il trapasso della street culture (e della black culture) a fenomeno discografico, sinergico, commerciale di dimensioni inedite e inusitate nel suo genere. Con il lancio di un merchandising tanto capillare da rivaleggiare coi fenomeni della musica bianca (i Beatles, gli Stones o gli stessi Kiss), di una linea di abbigliamento (la “Wu-Wear”) e di una vera e propria società di entertainment autogestita dai membri del gruppo (con l’abbrivio di una corte sterminata fra legali e management) capace di spaziare dalla produzione musicale, a quella cinematografica o televisiva e persino di progettare un’intera collana di videogame (debitamente ispirati a scenari da “boyz in tha hood” quanto ai vecchi “picchia duro” a base di arti marziali) per la Play Station.
Un brand subliminale e vincente che ha traghettato la loro dinastia discografica oltre l’orda scomposta e diseguale degli allori solisti dei vari membri (The W), piantato orgogliosamente la bandiera dell’hardcore al culmine dell’insorgere delle nuove leve di rapper e produttori (Iron Flag), più forte dei lutti (Ol’Dirty Bastard) e degli abbandoni (U-God, Cappadonna) nel tagliare il traguardo dei nostri giorni grazie all’ultima testimonianza di una progettualità musicale e di una coerenza stilistica fuori dal comune (8 Diagrams). Continua a leggere qui.