Wallace e King

Il postmodernismo nelle narrazioni di Wallace e King

Questo articolo è uscito nell’inserto «Ragioni» del «Riformista».

di Francesco Longo

David Foster Wallace e Stephen King hanno scritto un unico grande romanzo. Uno straordinario ritratto dell’America che permette di fare il punto sullo stato attuale della letteratura americana. In Italia, i loro due ultimi libri sono usciti insieme e questa semplice coincidenza svela però il legame profondo tra i due testi. Il re pallido di Wallace (Einaudi, pp. 714) e 22.11.’63 di King (Sperling&Kupfer, pp. 780) sono perfettamente complementari. Uno è lo stile, l’altro è la trama. Uno è l’esempio perfetto di letteratura sperimentale, l’altro è l’incarnazione della letteratura “di genere”. Uno è il trionfo del virtuosismo esibito per l’acclamazione dei critici, l’altro è il concentrato di intrattenimento che i lettori sognano da un plot. Quello di Wallace è un romanzo incompiuto, con la trama irrisolta (non solo perché è incompiuto), mentre l’altro è una lezione sulla costruzione di un impeccabile intreccio lineare. Wallace usa l’espediente meta-letterario per mostrare che la letteratura è finzione, King usa la meta-letteratura per mostrare che fuori dal cerchio magico della letteratura c’è solo altra letteratura.

Sono, evidentemente, le due facce del romanzo americano. Il protagonista del libro di King trova un varco temporale e viaggia nel passato. Torna nel 1958 con la missione di fermare Oswald, l’uomo che nel giro di cinque anni avrebbe assassinato il presidente Kennedy.

Il re pallido è un testo tremendamente discontinuo, pieno di biforcazioni e, come molti testi di Wallace, vortica tra digressioni e malinconia, sprofondando nei precipizi del cuore e fendendo la marea nera che a volte dilaga nella mente umana. Il romanzo di Wallace, stando a ciò che afferma all’interno delle stesse pagine del romanzo, sarebbe «più un libro di memorie che una storia inventata». E infatti, il libro ruota intorno al periodo che Wallace trascorse all’Agenzia delle Entrate di Peoria, nell’Illinois, lavorando per il Centro controlli delle tasse. Racconta dunque «uno dei lavori impiegatizi più noiosi e monotoni d’America». Wallace ingaggia una sfida con se stesso: narrare qualcosa di «spettacolarmente noioso». Ma qual è il vero tema del libro? È davvero la noia? C’è un passaggio che fornisce una chiave di lettura: «Per me, almeno a posteriori, la domanda veramente interessante è perché la noia si dimostri un impedimento così efficace all’attenzione. Perché ci sottraiamo alla noia. Forse perché la noia è intrinsecamente dolorosa». L’interesse di Wallace è la condizione umana, la cognizione della fragilità: «La nostra piccolezza, la nostra insignificanza e natura mortale, mia e vostra, la cosa che tutto il tempo cerchiamo di non pensare direttamente, che siamo minuscoli e alla mercé di grandi forze e che il tempo passa incessantemente e che ogni giorno abbiamo perso un altro giorno che non tornerà più e la nostra infanzia è finita e con lei l’adolescenza e il vigore della gioventù». Ecco la spina nel fianco della sua narrativa. Ecco ciò che striscia in tutti i suoi racconti: una sconfinata amarezza mista al febbricitante desiderio di un’illusione, sentimenti che palpitavano e si alternavano già in Infinite Jest, e che pulsano dietro ad ogni pagina wallaciana. È l’inquietudine dell’uomo che cerca la salvezza. È la lotta per resistere all’oblio. Se la letteratura salvasse, Wallace oggi sarebbe vivo. Ma la letteratura, che opera tanti miracoli, non salva. [CONTINUA su minimaetmoralia]

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